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Complesso – nella sua solo apparente immediatezza – il lavoro di Danio Migliore reca testimonianza di un paziente cammino di formazione intellettuale e spirituale, intrapreso da tempo a dispetto della giovane età. Un percorso che, attraverso un progressivo avvicinamento a ciò che egli ama chiamare il Tempio del Logos – che è anche essenza della rappresentazione e delle aspirazioni umane – lo conduce all’analisi di impulsi e simboli primari, non anacronistici perché da sempre presenti e agenti nell’inconscio collettivo.
Emblemi “parlanti”, essi esprimono di per sé la costante del divenire, di un moto ciclico che, orientato da ascensioni e cadute, àncora l’uomo alla sua essenza più vera: ed è questo che Migliore indaga, guardando dentro di sé per poi restituire – in immagini o forme plastiche – distillata e circostanziata, l’esperienza della scoperta.
L’esigenza introspettiva è dunque forte, imprescindibile; scandita da tappe che, con opere visive e un costante esercizio di scrittura, mirano all’affinamento delle proprie doti percettive e creative.
Il tratto è deciso e misurato: tanto nelle opere su tela quanto nelle sperimentazioni su legno e terracotta e su carta mediante la tecnica xilografica, nutre un’esigenza espressiva semplice e diretta. Ne scaturiscono piccoli tasselli di una poetica orientata alla ricerca del Logos, principio regolatore e meta dell’esistenza, pochi mesi fa protagonista della prima personale di Migliore (“Logos Mania”, Luino, Palazzo Verbania, agosto 2013) tenutasi in Italia, sulle sponde del Lago Maggiore.
L’esposizione è stata occasione di presentazione di lavori recenti che giocano con un cifrario d’immagini archetipiche maschili e femminili, naturali e metafisiche, in dialogo tra loro come attrici comprimarie di una stessa scena ordinata da un’invisibile regola superiore. Alcune opere tra quelle vengono oggi riproposte a Zurigo ne “Il cavaliere errante – Der fahrender Ritter”, seconda fase di un progetto espositivo che intende rimarcare il valore del viaggio, esperienziale e utopico al tempo stesso, verso le sorgenti del Sapere.
Ieri come oggi, uno sguardo ironico sostiene la ricerca dell’artista, non contraddicendone l’impegno: è il duplice volto di una formazione compiuta a Milano, all’Accademia di Brera ma chiaramente siciliana d’origine, laddove dell’attitudine isolana in primis si leggono, naturalmente presenti, la confidenza con l’immaginario mitico-filosofico e il richiamo alle forme arcaiche riscontrabili nel territorio, tracce significative disseminate tra resti archeologici e più nascoste aree rupestri, come quelle presenti (e frequentate da Migliore) nella zona delle Egadi.
E anche senza andare ad approfondire quei nessi con il pensiero di Rudolf Steiner che pure l’artista indica – a buon diritto – come energici stimoli del suo lavoro, la volontà di attingere alla fonte dello Spirito si evidenzia nell’influenza costante del bagaglio d’immagini al quale prima si è fatto cenno.
Sembra inoltre trovare eco, nel disegno delle opere di Migliore, quel “gusto del ragionamento” anticamente siciliano che, in un’ideale aerea linea che unisce sofisti, poeti, per giungere fino a Pirandello, compone paradossi e ragiona sulla multiforme veste assunta dall’uomo e dalle cose del mondo. Cercare l’uno nel molteplice sembra dunque essere motto fondamentale dell’artista, radice tematica e spinta analitica.
I colori scelti nell’espressione pittorica sono basilari, di concreta consistenza: circoscrivono, su fondi spesso solcati da raggi e movimenti ascensionali, figure solide come idoli ancestrali che, per sintesi e riconoscibilità delle forme, possono richiamare alla mente la figurazione arcaizzante di Francesco Clemente e di A.R. Penck o, d’altro canto ma per più lontana suggestione, i noti bambini radianti di Keith Haring.
La volontà di sperimentarsi, poi, nella tecnica incisoria ha condotto Migliore negli ultimi periodi a scarnificare ulteriormente, fino a farne veri e propri logotipi indipendenti dalla parola, gli elementi-chiave del lavoro pittorico. Potenzialmente replicabili all’infinito, in una monomania creativa che comunica mentre sorride di sé stessa, essi appaiono principio e fine del cerchio, capo e coda dell’arcano serpente Ouroboros, spesso evocato.
Così come principio e fine è la figura stessa dell’artista, essenziale autoritratto che in opere quali Ego sum diviene veicolo di spersonalizzazione, conducendo all’emblema, alla radice della forma. E seguendo quella via richiama e interroga, a distanza ravvicinata, l’insopprimibile desiderio di conoscenza sintetizzato nelle forme in nero del dipinto La sete, rigato da poche fluide gocce instillate nel calice della Sapienza.
Rimane dunque, al fondo dell’intera opera di Migliore, un religioso silenzio che è tanto sospensione del caos quotidiano quanto instancabile fermento interiore e ricerca di un Logos che si conferma essere non esclusivamente alla portata della Ragione. Qualcosa, forse, di più vicino allo stato ultimo che in sanscrito viene designato come “Bodhicitta” ossia “mente del risveglio” o “mente illuminata”, accostabile solamente se azione e contemplazione, intelletto ed esperienza riescono a fondersi e procedere l’una a fianco dell’altro.

Teresa Lucia Cicciarella